Intervista tratta dall’incontro Wunderkit, storie di oggetti e piccole meraviglie del 26 novembre 2019 (Foto di Giancarlo Barzagli)

Simone Massoni è uno degli illustratori più noti e apprezzati della scena fiorentina. Dopo aver iniziato la sua carriera come illustratore di libri per bambini, si orienta su arte e visual design, con progetti sia commerciali che editoriali, principalmente negli Stati Uniti e in Europa. La sua estetica che unisce linee pulite e ispirazioni retrò, citazioni anni ‘50 e un bianco e nero stilizzato e ironico, rende il suo stile inconfondibile: su una scatola di biscotti artigianali come tra le pagine del New Yorker.

Il suo kit ci porta in viaggio.

Un’etichetta
Come molti ragazzi che desiderano lavorare nella grafica e nel design, quando avevo vent’anni sognavo di avere un brand di abbigliamento ispirato all’underground e alla cultura hip hop anni ‘90, che era l’ambiente da cui provenivo. Avere un mio brand di t-shirt mi sembrava il top per essere figo, perché mi avrebbe permesso di coniugare design e disegno: di lavorare sia sul disegno (le grafiche per le magliette) che, da un punto di vista più grafico, sull’identità del marchio.

Ho trovato il nome, Sketch this out, che è ancora il nome di dominio del mio sito web [sketchthisout.com, ndr], e mi sono lanciato nella produzione di magliette. Questo è stato l’inizio della mia carriera. Anche se poi, devo dirlo, tutto è andato molto diversamente da come l’avevo immaginato! Di questa avventura mi sono rimasti a casa parecchi chili di cotone e di inchiostro, e mucchi di queste etichette… che però sono bellissime da fotografare!

E’ stata un’esperienza che mi ha insegnato tanto su come affrontare e organizzare quello che poi è diventato il mio vero lavoro, quello dell’illustratore, con una consapevolezza “imprenditoriale” molto più solida.

Un astuccio di acquerelli
Chiuso sembra una fiaschetta da brandy e in realtà è proprio una fiaschetta, ma da acqua! E sul davanti della fiaschetta c’è un kit di acquerelli. Un oggetto bello, d’altri tempi: mi piace prima di tutto perché ha un bel design, e poi perché è portatile, ed è un po’ il simbolo della mia passione per il viaggio.

Nel mio lavoro infatti c’è una fase più commerciale: di produzione, di gestione delle commissioni e del cliente, e una fase di ispirazione che per me coincide con il viaggio. Io e la mia famiglia [la moglie Ilaria Falorsi, illustratrice di libri per l’infanzia, ndr] “dobbiamo” viaggiare: è il nostro modo per nutrire la creatività.

Durante il viaggio ho bisogno di fare documentazione visiva e l’acquerello è uno degli strumenti più duttili. Io lavoro molto con il bianco e nero ma a volte non basta: a volte è necessario appuntarsi un colore, o anche solo la sensazione legata a un colore. Con questo astuccio dunque ho con me tutto quello che mi serve per “lasciare un segno”.

Un biglietto in una busta
Dato che mi piace molto sperimentare (tecniche, linguaggi, canali diversi) ogni tot anni sento il bisogno, nel mio lavoro, di rimescolare tutte le carte.
E’ venuto un momento in cui volevo cimentarmi nell’illustrazione per le riviste: era un mondo che mi affascinava e mi piaceva l’idea di confrontarmi con la sfida di consegne ravvicinate, adrenalina, idee da farsi venire velocemente…
Contrariamente a quanto si crede, avere idee non è diverso dallo sviluppare massa corporea: si può essere portati, ma è un’abilità che va allenata nel tempo, un terreno che va fertilizzato.

Ho cercato di contattare le grandi riviste americane: ho scritto email, ho inviato portfolio, ma ero bloccato. Poi un giorno un amico mi ha dato il consiglio giusto: “Tu hai la possibilità di lasciare al tuo interlocutore qualcosa di originale e di personale, fatto “qui e ora”, e non la sfrutti. Invece di lasciare portfolio e biglietto da visita, lascia un disegno!”.

Questo è successo il penultimo giorno di un mio soggiorno a New York in cerca di contatti e stavo per tornare a casa con la coda tra le gambe. Così ho fatto un disegno su un biglietto come questo e sono andato dalle maggiori riviste newyorchesi con cui avrei voluto lavorare, tra cui il New Yorker. Ho tentato di lasciare in portineria la busta per l’art director, ma mi hanno cacciato. Così ho scoperto che ogni palazzo ha sul retro un garage in cui viene smistata la posta in arrivo e in uscita e sono riuscito a “infiltrare” il mio biglietto. E’ arrivato dove doveva arrivare e dopo pochi mesi ho iniziato a collaborare con il New Yorker: una delle collaborazioni che ha rappresentato una svolta per me.

Una bambola di design
Sono interessato a tutto quello che è cultura visiva: non solo al lavoro di artisti e grafici, ma anche a quello dei designer, tra cui l’italo-franco-americano Alexander Girard che negli anni ‘50 ha disegnato queste bambole. Gli originali sono stati acquistati da Vitra e sono esposti nel Vitra Design Museum, ma Vitra ne ha anche realizzato delle riproduzioni artigianali in serie limitata, che sono a loro volta oggetti da collezione.

Questo è l’unico pezzo della nostra personale collezione (mia e di Ilaria): sogniamo di ampliarla quando (e se) diventeremo ricchi! L’ho avuta in regalo da una cliente, art director di una rivista tedesca per cui lavoravo, con cui si era creata un’affinità, un rapporto di simpatia. Quando lei ha lasciato la rivista e ha tentato una carriera da freelance, mi chiese di aiutarla con l’immagine per il suo sito. Ho scelto di fare per lei questo lavoro gratis: un favore, un regalo che si può decidere di fare per qualcuno. In cambio mi è arrivata in regalo questa bambola!

Due passepartout
Sembrano dei passaporti, ma in realtà sono sketchbook, l’ultimo in ordine di tempo dei miei progetti personali, a cui non smetto mai di dedicarmi, in parallelo con i lavori commissionati. Sono i miei migliori “biglietti da visita”: anche se sono un po’ “masochistici” dal punto di vista finanziario, sono quelli che vanno in giro per il mondo e fanno capire ai potenziali clienti quello che potrei fare con loro e per loro.

Questi taccuini uniscono la mia passione per i viaggi e la mia mania per gli oggetti per il disegno. Ho curato in ogni minimo dettaglio, oltre all’illustrazione di copertina, la carta, che è una carta preziosa, da incisione, a filiera corta, la rilegatura, la foliazione, gli angoli, che sono dritti e non stondati come la moda dei Moleskine… questo è proprio il taccuino perfetto!
Sto lavorando al terzo pezzo della serie: dopo il blu e il rosso, questo sarà verde.
Anche se ha l’aspetto di un passaporto, in realtà ha il significato opposto, anti-confine: è un “passepartout” come chiave universale per arrivare dove ti pare!

C’è un amuleto, un portafortuna che ti senti di consegnare alle nuove generazioni di designer?
In realtà no, durante tutta la mia carriera ho cercato di non legarmi troppo agli oggetti o agli strumenti, di non usare niente di cui non potessi più fare a meno: preferisco essere versatile e sperimentare sempre cose nuovo piuttosto che affidarmi a rituali o routine. L’unica cosa di cui veramente non posso fare a meno è viaggiare!

Il motto di Simone?

If you see something, draw something